Alcune cose le “sentiamo” prima che si realizzino. Quando Jacopo Gargano a 16 anni volò nel Maryland restandovi per un anno durante il liceo, pensò esattamente questo: “prima o poi devo vivere e lavorare qui in America”.
Lontano dalla sua amata Roma, dalla Milano in cui ha fatto ingegneria informatica al Politenico, con indirizzo AI – Machine Learning e dal Lussemburgo, in cui ha lavorato quattro anni per Amazon.
Adesso Jacopo è nella città che ad Amazon ha dato i Natali, Seattle. Lavora come manager di progetto e ricercatore per il colosso fondato da Jeff Bezos.
Sono qui da un anno e mezzo e mi piace tanto.
Non potrebbe essere altrimenti per un giovane che ama l’innovazione, la tecnologia, la prospettiva che costruisce il futuro mentre la stai immaginando.
Mi occupo di AI da tanti punti di vista, prima di tutto economico, lavoro su un progetto mirato a studiare opportunità di mercato per l’azienda, in particolare Amazon Web Services, quindi la parte Cloud su vari cienti. Un secondo aspetto è incentrato sul fine tuning, l’adattamento dei modelli di GenAI, machine learning, LLM; inoltre mi occupo di orchestrazione di agenti AI-
Viene spontaneo domandargli subito, a bruciapelo, se questa AI si configuri più come estensione del potenziale umano o suo pericoloso sostituto.. Perché il dubbio è che a furia di pensare al posto nostro la AI finisca per levarci del tutto il pensiero critico.
Purtroppo, se ogni sforzo mentale è delegato alla AI il nostro cervello non si allenerà più. In parte lo vedo in stagisti più giovani o nei teen agers, il loro modo di ragionare è diverso. Questa tematica mi sta molto a cuore, il rischio è davvero che le persone involvano, perché private di alcuni processi mentali. Vincerà chi userà la AI come moltiplicatore di sé stesso e non come sostituto.
Una cosa chiara è che
perderemo tanta indipendenza e questo mi fa un po’ paura.
Fa altrettanta paura sentire che la AI “ci indirizzerà a fare la spesa, deciderà cosa comprare per noi”. E che tanti aspetti della vita verranno gestiti integralmente da lei.
Vi sono naturalmente, aspetti positivi di grande trasformazione: non perderemo più dati, non potremo dimenticarci di nulla
perché avremo la AI come diario di bordo, una sorta di assistente personale che ci ricorderà ogni cosa.
Il bello dell’ America oltre i luoghi comuni
Colpisce sentire un giovane parlare di rispetto come prima parola nella lista dei plus. Perché la possibilità di avere successo, di rischiare, di trovare venture capital e di fallire (inteso come elemento fisiologico della vita e non come onta da espiare per sempre) è una parte della molecola di ossigeno che si respira in America.
Trovare lavoro non è una ricerca asfissiante, ha un che di giocoso non solo in ambito tecnologico o nell’area Stem, un po’ da tutte le parti, ovviamente avendo le qualifiche e la preparazione opportuni. Una sensazione molto diversa dalle limitazioni burocratiche o dalla consuetudine di andare per conoscenze che si prova in Italia.
Al di là dell’universo di possibilità aperte verso chiunque le abbracci, c’è il rispetto.
Rispetto delle regole, del buon senso, degli esseri umani. Le persone ti regalano sorprese. Soprattutto nel countryside, fuori dal degrado delle città, vigono rapporti di buon vicinato, a volte nascono amicizie. E noi immigrati siamo i primi a rispettare le regole, nessuno lascia spazzatura per strada o si comporta in modo incurante della collettività.

Siamo abituati a vedere l’America dei film e tanti italiani, come sottolinea Jacopo,
vengono qui, vedono New York, Las Vegas, Miami ma l’America è molto di più. Ha una natura spettacolare, spazia da universi e mentalità diverse, è come se ogni Stato fosse un Paese europeo con le sue peculiarità e modus vivendi. Inoltre i progetti sono fatti bene, per questo costano tanto; esiste un rigore che guida l’azione. La cosa che salta all’occhio di un italiano con la pupilla colma di storia è che qui tutto risulta nuovo. E’ un contesto veloce, dinamico, innovatore.
Problem solving: si dice in inglese ma si fa in italiano
E questa vox populi che narra della italica attitudine a risolvere problemi complessi?
In questi anni ho lavorato con tantissime persone di nazionalità italiana e ho rilevato un forte pensiero critico. Hanno sempre cercato la soluzione migliore, si sono esposti, hanno dato giudizi in maniera costruttiva. La scuola italiana in questo fa un lavoro egregio, ci dà molto filo da torcere ma quando superi quella barriera diventi abilissimo sia nell’espressione scritta sia nella capacità di analizzare una situazione e trovare soluzioni.

Jacopo, in azienda viene chiamato “end to end resolver” (un software o un sistema capace di gestire un problema o un processo dall’inizio alla fine). La cosa che ho notato degli italiani è la capacità di trovare una via d’uscita laddove il problema presenta un notevole livello di ambiguità. Gli stranieri risolvono problemi specifici, molto circostanziati, con requisiti chiari.
Perciò, il segreto è sempre l’elasticità con cui si porta il proprio bagaglio in un contesto nuovo, utilizzando ciò che serve e aprendosi al cambiamento.
Il bagaglio che mi sono portato non è solo culturale ma tecnico, volto all’organizzazione aziendale e di team. Ed è anche questo che mi ha condotto sulla strada di una grande soddisfazione professionale.







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