Anche il concetto di Made in Italy deve avere un upgrade. Il mondo cambia, l’intelligenza artificiale riconfigura percorsi cognitivi, procedure e processi industriali. Non si può pensare di procedere solo con la poesia, con la logica del “piccolo è bello”, quando a competere sull’altro fronte ci sono gli ottimi esecutori del made in China con dimensioni da capogiro e una formazione tecnologica avanzatissima.
Però, il Made in Italy continua ad avere quel valore di creatività e inclinazione al bello imbattuto a livello planetario.
A tracciare bene il quadro delle debolezze e dei punti di forza è stata Serena Turrisi, responsabile per Fideuram di Client Business Development.
Il nostro sistema paese ha più o meno 5 milioni di aziende attive, delle quali il 99,1% appartiene alla fascia delle medio piccole. Il fatturato medio non supera i 50 milioni, per l’85% si tratta di imprese familiari
Perciò, in un’ottica di competitività sullo scenario globale, le imprese italiane sono affette da “nanismo” qualora agiscano come battitori singoli. Laddove invece ritornano aderenti a una logica di filiera, di distretto, diventano potenti: in primis, perché mantengono quel valore artigianale e creativo che ha sempre distinto il Made in Italy. E in secondo luogo perché fanno massa critica e si presentano come compagine virtuosa.
Prima della finanza serve una visione industriale
Serve una politica industriale, non solo a livello macro, ma altresì a livello micro.
Quando, come banca, ci sediamo davanti a un imprenditore, gli chiediamo che visione ha sul medio, lungo termine. Prima della finanza, occorre quello. Inoltre va affrontato il problema della governance. E, ultimo ma non meno importante, il passaggio generazionale: la proprietà nell’84% dei casi supera i 60 anni, il 15% delle aziende familiari non va oltre la terza generazione
Un ambiente Kico
Un caso esemplare, che ci mostra come conservare il valore identitario e manifatturiero pur essendo competitivi sullo scenario globale è quello di Kico- Del Tongo, realtà attiva nel mondo dell’arredo che ha conciliato il saper fare artigiano con un progetto industriale moderno.

Qui, la storia familiare della famiglia Arangiano, abruzzese, che già negli anni 60 con il fondatore Giuseppe esportava cucine componibili, si fonde con quella della famiglia Grossi: nel 2007, a Teramo, quindi fuori dai tradizionali distretti del mobile, nasce Kico, azienda attiva nel mondo del living nella sua totalità, con sistemi modulari capaci di interpretare la casa contemporanea.

Estetiche customizzate per ispirazione geografica
Nel 2022 questa realtà acquisisce l’azienda di cucine Del Tongo e dà vita a un complesso moderno, in grado di creare eccellenza attraverso la passione, la competenza e la visione. Anche sul fronte del passaggio generazionale, Kico – Del Tongo si distingue per capacità: nel 2017 la seconda generazioni, ergo i figli di Quinto Grossi, fa il suo ingresso in azienda. Francesca, laureata in filosofia con specializzazione in marketing e Leonardo, economista con esperienze di studi internazionali, portano nell’impresa familiare il seme del futuro. Ad affiancare Francesca, come direttore commerciale, il marito Angelo Pacchioli.
Si delinea così “The Home made in Italy”, che riassume l’essenza del marchio. Uno dei pochi, in Italia, a poter proporre l’intera gamma di arredo domestico con coerenza stilistica e qualità costante.

Plana by Del Tongo
Recuperare la logica di filiera, squisitamente italiana
I distretti sono sempre stati un valore italiano: entità socio economiche caratterizzate da una popolazione di imprese che hanno una specializzazione nello stesso settore e sono spesso complementari. Questo configura un forte legame con il territorio e una storia legata a competenze artigianali e tecniche in quel comparto: vedasi Santa Croce sull’Arno per la concia, Valenza per l’oreficeria, Como per la seta, ecc.
Pare siano stati dimenticati, alcuni sono sprofondati ma vanno ripresi: perché sono l’unica via per affrontare i giganti asiatici. Che hanno tecnologia, capitali ma non la nostra creatività. Preservare la creatività significa diventare artigiani industriali fortemente tecnologici, che operano in logica di filiera.
Questo è decisamente il momento di investire. Cambiare i propri modelli di business in un contesto di crisi significa mettersi in condizione di cogliere le opportunità in arrivo. Dare il Taylor made ed essere al contempo un’industria è la sfida che il made in Italy deve cogliere.







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